Tra le tradizioni folkloristiche più radicate in Romagna, troviamo senza dubbio i fuochi di San Giuseppe. L’usanza vuole che la notte tra il 18 e il 19 marzo si accendano dei falò che sanciscono la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, inoltre, in questa occasione il fuoco ha anche un significato propiziatorio come augurio di un raccolto abbondante.
Storia e origine della celebrazione
La festa di San Giuseppe ha origini cristiane ma viene festeggiata con rituali pagani, la sua nascita è molto antica, addirittura antecedente all’espansione di Roma, quando la Romagna era ancora territorio celtico.
Questo popolo di origini indoeuropee celebrava l’arrivo della bella stagione con dei riti per purificarsi e per augurare fertilità, questi riti propiziatori vennero trasformati nell’antica Roma in celebrazioni chiamate, Baccanali: festeggiamenti che in seguito furono ritenuti troppo lussuriosi e, per questo motivo, vennero banditi.
Fin da tempi antichi il fuoco assume in varie occasioni il significato di purificazione dal passato e allo stesso tempo rinascita e preparazione al futuro, il suo potere era quello di tenere lontane le maledizioni e le calamità naturali e attirare salute, prosperità e benessere.
Non a caso i falò di San Giuseppe vengono accesi il giorno prima dell’equinozio di primavera, infatti, attraverso la pulizia di rami e piante ormai secche che vengono gettate nel fuoco, ci si lascia alle spalle il freddo inverno. Allo stesso tempo il fuoco, col suo calore ardente, richiama il sole delle calde giornate primaverili, cosicché possa far crescere il nuovo raccolto.
La tradizione della “fugarèna” in Romagna
Come ogni tradizione che si rispetti, anche quella dei fuochi di San Giuseppe ha i suoi riti e le sue credenze.
In passato, nei giorni che precedono la focarina (come è chiamata nel ravennate) o fogheraccia (chiamata così nel riminese), i bambini andavano a raccogliere pezzetti di legna da ardere insieme a tutto ciò che è vecchio, rotto per alimentare il fuoco del falò.
Le bambine non erano escluse da questa raccolta, anzi, erano maggiormente “incentivate” a causa del detto “la fugarèna grosa la fa crèssar al tèti” ovvero che più il falò fosse stato grosso più avrebbe fatto crescere loro il seno. Sempre da questa leggenda è nato il modo di dire “San Giuseppe ti è passato sopra con la pialla” per indicare una ragazza con un seno scarso.
L’usanza della purificazione agraria è da sempre radicata nelle tradizioni contadine, l’accensione di falò per bruciare i resti del raccolto dell’anno passato, assieme a ramaglie e legna, era vista come un rituale benaugurale per la stagione che stava per arrivare. Parte del rituale era anche esplodere colpi di fucile in aria per scacciare demoni e malasorte.
Lòm a Mêrz, Segavècia, Madôna di garzòn
La focarina (o falò di San Giuseppe) in realtà è solo una delle varie feste in cui vengono accesi dei falò benaugurali:
–Lòm a Mêrz
In Romagna, gli ultimi tre giorni di Febbraio e i primi tre di Marzo, troviamo anche i giorni dei Lumi di Marzo, durante i quali ci si radunava attorno a dei falò cantando e ballando, per festeggiare l’entrata nel primo mese primaverile. Queste giornate sono chiamate anche “i dè dla Canucèra” dall’antica credenza che in questi giorni ci fosse un’ora sventurata, nella quale nulla riusciva bene. Per questo motivo era meglio astenersi dal lavoro e intrattenersi attorno al fuoco.
–Segavècia
La Segavecchia è un’altra occasione di ritrovo che si svolge ogni anno in Romagna, all’incirca verso metà Marzo. Anche questa festa trae ispirazione da un’antica leggenda. Si narra infatti che in periodo di Quaresima una giovane abbia violato il digiuno, venendo così condannata a morire tagliata in due. Per sfuggire a questo destino la ragazza si travestì da vecchia, ma a nulla servì
quest’astuzia.
La Segavecchia si festeggia intorno al giovedì di metà Quaresima, dove una fantoccio pieno di leccornie, con le sembianze di una vecchia, viene fatto sfilare per il paese per essere infine segato a metà (o bruciato in un falò a seconda della località) liberandone il contenuto per la gioia dei presenti.
–Madôna di garzòn
La sera prima del 25 Marzo, in corrispondenza dell’Annunciazione di Maria, si festeggia la “Madonna dei garzoni” chiamata così perché in questo giorno scadevano i contratti dei garzoni e se ne firmavano dei nuovi per la stagione estiva. Anche in questo caso i falò segnavano la fine del lavoro invernale e l’augurio di rinnovare il contratto per la stagione successiva.
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