Che mondo sarebbe senza la mamma?

La mamma è una figura speciale nella nostra vita, ci sostiene quando siamo tristi, ci incoraggia quando siamo giù di morale e ci dà sempre buoni consigli.

È una presenza costante che ci protegge e ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi e ci offre una rete di sicurezza ricordandoci che per quanto possiamo sbagliare, ci sarà sempre qualcuno pronto ad accoglierci con amore incondizionato.


L’origine della festa della mamma risale a tempi antichi, quando gli antichi Greci e Romani veneravano le divinità Rheia e Kybele.

Nel corso del tempo questa celebrazione ha subito trasformazioni e oggi viene celebrata in tutto il mondo, ma in maniera differente.


In Italia l’origine della storia della festa della mamma risale al 24 dicembre 1933 quando si iniziò a celebrare “La Giornata della Madre e del Fanciullo”, ma è solo nel 1956 che le mamme iniziarono a celebrarsi nel mese di maggio.


Oggi vogliamo farvi scoprire 5 curiosità su questa celebrazione:

  • Ci sono 2,2 bilioni di mamme in tutto il mondo!
  • Nella maggior parte delle lingue del mondo la parola “madre” inizia sempre con la lettera “m”.
  • Tra i regali che la maggior parte delle mamme riceve in questa occasione ci sono i fiori, i gioielli e i cioccolatini.
  • Si stima che gli uomini spendano più o meno il 35% in più rispetto alle donne, per il regalo della mamma. Quindi c’è una ragione se diciamo “cocco di mamma”
  • La festa della mamma è la terza festa più celebrata nel mondo ( opo Natale e Pasqua).

E voi, che sorprese fate e come festeggiate la festa della mamma?

Pagnotta pasquale, una tradizione di Romagna

La Pasqua è vicina e in tutti i forni locali inizia a sentirsi un meraviglioso profumo di Pagnotta, uno dei dolci per eccellenza tra i prodotti romagnoli.

Il suo sapore delicato e il suo profumo inebriante dovuto all’aggiunta di anice, la rendono perfetta in ogni momento della giornata, a colazione oppure a fine pasto.

La Pagnotta è originaria del comune di Sarsina, un paesino sulle colline romagnole e secondo la tradizione viene preparata durante la settimana santa e si serve in occasione della classica colazione pasquale, in accompagnamento a uova sode, salumi e formaggi.

Ecco qua la ricetta per prepararla nelle vostre cucine:

Ingredienti per 6 persone

  • 1 kg. di pasta di pane lievitata
  • 500 gr. di farina
  • 30 gr. di lievito di birra
  • 4 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 100 gr. di burro
  • scorza grattugiata di mezzo limone
  • latte q.b.

Procedura

Amalgamare la pasta di pane lievitata con la farina, le uova, il lievito di birra sciolto in un po’ di acqua tiepida, lo zucchero e la scorza del limone grattugiata.

Aggiungere tanto latte quanto basta per ottenere un impasto abbastanza morbido. Fate lievitare per almeno 12 ore.

Imburrate una tortiera con i bordi alti e versarvi l’impasto.

Scaldare il forno a 200° e fate cuocere il dolce per 40 minuti circa, fino a quando la superficie non risulterà di un bel colore dorato.

Siete già corsi ai fornelli? 🙂

Marzo celebra il papà e la donna

L’8 marzo ricorda ogni anno le conquiste sociali, economiche e politiche ancora le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo.

Chi ha inventato la festa della donna?

La prima Giornata Nazionale della donna venne celebrata il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti per iniziativa del Partito Socialista Americano, che scelse questa data in memoria dello sciopero di migliaia di camiciaie newyorkesi che, l’anno prima, avevano rivendicato con forza migliori condizioni di lavoro.

Nel settembre 1944 a Roma è stato istituito l’UDI, Unione Donne Italiane, e si è deciso di celebrare il successivo 8 marzo la giornata della donna nelle zone liberate dell’Italia. Dal 1946 è stata introdotta la mimosa come simbolo di questa giornata. Una scelta che si deve alla stagione di fioritura di questo fiore, che avviene sempre nei primi giorni di marzo, e ai suoi costi, abbastanza contenuti. Il giallo, inoltre, è il colore che rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, diventando così metafora delle donne che si sono battute per l’uguaglianza di genere.

Ma cosa possiamo preparare come dessert o per colazione l’8 marzo?

Un dolce semplice ma davvero delizioso.

La torta alla mimosa, un dolce fatto con un soffice pan di Spagna che, diviso in 3 dischi, diventerà anche la decorazione della torta, da farcire con la crema diplomatica.

Ogni anno, il 19 di marzo, arriva un’altra emozionante ricorrenza: la Festa del papà detta anche festa del babbo.

Ideata per ricordare l’importanza che questa figura ha per ognuno di noi ha come giorno di riferimento proprio il 19 marzo, giornata religiosa dedicata a San Giuseppe padre putativo di Gesù e simbolo della figura paterna.

Le origini di questa festa risalgono ai primi decenni del XX secolo per festeggiare la paternità e i padri in generale. E’ poi papa Leone XIII che a fine 800′ proclama San Giuseppe protettore dei padri di famiglia.

In Italia e nella tradizione cristiana si celebra il 19 marzo, dunque, ma nel resto del mondo ricorre in altre date: in Serbia si celebra il 6 gennaio, nei Paesi che seguono la tradizione anglsassone la terza domenica di giugno. In Nuova Zelanda e in Australia è la Festa del papà la prima domenica di settembre. 

C’è poi la parte golosa di questa ricorrenza perchè i dolci non possono mai mancare sulle tavole degli italiani 🙂

Tra i dolci della festa del papà, famose sono le zeppole napoletane frittelle farcite con crema e marmellata di amarene. Per poi passare ai i Bignè di San Giuseppe di Roma fino alle frittelle di riso cotte nel latte e aromatizzato con spezie e liquore di Umbria e Toscana.

Non è finita qui perchè in Emilia si prepara la raviola, dolce di pasta frolla ripieno di marmellata o crema, mentre in Sicilia ci sono diverse specialità, dalle zeppole di riso alle sfince di San Giuseppe, una frittella morbida ripiena di ricotta di pecora e scorze d’arancia.

Insomma un modo per regalare un sorriso a tutti i papà d’Italia lo si trova senza alcun dubbio…… BUONA FESTA DEL PAPA’ 🙂

5 Curiosità su San Valentino

San Valentino è una delle feste più romantiche dell’anno, a partire dal 14 febbraio, le persone in tutto il mondo si ritrovano a celebrare l’amore. Eppure, in qualche modo,
San Valentino è un mistero. La sua origine rimane avvolta nella nebbia, sebbene ci siano diversi miti che provano a spiegare la sua origine.

Quindi, cosa sappiamo realmente di questa festa?

Oggi vogliamo farvi scoprire 5 curiosità che forse non conoscevate sulla ricorrenza più romantica che ci sia:

Il cuore non è sempre stato visto come una forma romantica


Fino al XIV secolo, il cuore era considerato solo l’organo anatomico, che si pensava fosse la dimora della memoria umana. Tuttavia, quando gli artisti e i poeti italiani e francesi iniziarono a propagare l’idea dell’amor cortese, il cuore divenne un segno di passione e di romanticismo.

Il cioccolato da oltre cento anni


Se non si regalano rose molto spesso si regalano cioccolatini. La tradizione di donare per San Valentino questo dolce risale al lontano 1868, grazie al magnate del
settore dolciario Richard Cadbury.


Il numero di rose perfetto

Le rose rosse rappresentano il simbolo universale dell’amore, un regalo perfetto per il giorno di San Valentino. Gli appassionati di fiori però sanno che anche in questo campo non si possono trascurare le logiche numeriche. Infatti regalare una rosa rossa significa colpo di fulmine, con tre rose si esprime il primo “ ti amo “, con sette rose si ufficializza il fidanzamento, dodici rose hanno il significato di voler rimanere per sempre con il proprio partner, con quindici rose ci si vuol far perdonare per dei torti commessi e infine regalare cento rose significa devozione totale.

La numerologia dell’ 8

La festa di San Valentino è stata istituita il 14.02.469 la cui somma totale di tutti i numeri produce un 8, il numero che simboleggia l’infinito, come per voler dire che l’amore vero non ha mai una fine.

Lettere a Giulietta

Ogni anno per San Valentino, centinaia di persone da tutto il mondo, scrivono per avere una parola di conforto o semplicemente per condividere un momento di felicità, alla casa di Romeo e Giulietta in centro a Verona. Siccome il ritmo di queste lettere è molto alto in questo giorno, è stata creata una cassetta apposita dedicata a Giulietta, per incasellare le lettere degli innamorati. Cassetta che giornalmente viene consegnata alle volontarie del “Juliet Club” , che rispondono alle missive firmandosi con il nome di Giulietta Capuleti.

Così, questo 14 febbraio, prendetevi un momento per celebrare l’amore, la gentilezza e l’amicizia e per mostrare agli altri quanto apprezziate la loro presenza nella loro vita.

E ricordatevi che l’amore non ha confini!

Un’escursione a San Mauro Pascoli immersi nella bella della poesia 

Da Bellaria a San Mauro Pascoli ci sono 10 minuti di auto, ma è un viaggio che merita e che vi lascerà senza dubbio senza parole.

San Mauro Pascoli è una città immersa nel verde e nel rumore dei pioppi che si muovono ai margini del Rio Salto, un paese consacrato al ricordo di uno dei massimi esponenti del decadentismo italiano: Giovanni Pascoli.

Qui troviamo due musei dedicati al poeta che rappresentano uno spaccato di vita e di storia del 1900.

Il Museo Casa Pascoli è il luogo del ricordo, dell’infanzia felice del poeta, un posto carico di suggestioni che un tempo è stato anche una scuola elementare.

La poesia di Giovanni Pascoli nasce proprio qui, nel ricordo di un periodo felice che ritorna continuamente nella sua opera, di quell’infanzia spensierata e improvvisamente infranta da una fucilata che colpisce il padre Ruggero il 10 agosto 1867. 

Pascoli vivrà in questa casa fino all’età di 7 anni per poi trasferirsi coi fratelli maggiori al collegio di Urbino, trascorrendo a San Mauro l’estate. 

Prima di essere venduta a privati, nel 1880, il poeta, durante gli anni universitari di Bologna, farà spesso ritorno in questa casa, e sarà proprio in uno dei suoi  tanti rientri che Giovanni scriverà la prima stesura della celebre lirica Romagna, oggi conservata presso il Museo.

All’interno della casa troviamo la ricostruzione della stanza del poeta e una biblioteca dove ancora oggi sono conservate le primissime copie de “Il Fanciullino” autografate dal poeta.

A completare la storia e la poesia di questo luogo c’è il Parco Poesia Pascoli, conosciuto anche come Villa Torlonia, dove il padre del poeta, Ruggero Pascoli era amministratore dei possedimenti del Principe Alessandro Torlonia dal 1855 al 1867, anno in cui fu ucciso. 

Il nuovo museo multimediale immergerà i visitatori nella poesia pascoliana, in un percorso carico di suggestioni: le cantine della Torre si trasformano in ambientazioni multisensoriali in cui suoni, parole e immagini avvolgono il visitatore.

La prima parte del percorso è dedicata all’alternarsi delle stagioni, con i suoi suoni, con le sue presenze floreali, con il suo mondo solare e notturno.

In questo primo gruppo di liriche evocate dalla voce di Luca Ward si avverte come l’uomo, di fronte all’infinità dell’universo, senta lo smarrimento e la vertigine.

Nella seconda sezione, anche questa di forte impatto emozionale, sarà quindi dedicata a poesie come La vertigine, Il bolide o X Agosto.

Al termine del percorso poetico, il visitatore percorrerà il corridoio all’interno delle cantine, per poi giungere al piano terra del palazzo: questo passaggio, dedicato al Il gelsomino notturno, una delle liriche più intense in cui la nascita di una nuova vita sconfigge la morte, intende rappresentare il passaggio simbolico dall’esperienza dolorosa che può trasformarsi in rinascita, grazie alla forza creativa dell’arte e della vita.

La visita a San Mauro è un viaggio nella poesia dunque, ma anche nelle emozioni e nella bellezza dei ricordi di un passato non poi così tanto lontano da noi.

Il folletto tipico di Romagna, il Mazapégul

Ogni regione ha le proprie tradizioni e questa che vi stiamo per raccontare è davvero curiosa.

Il Mazapegul è una leggenda che vive nella cultura popolare romagnola e che è stata tramandata di generazione in generazione.

Secondo la tradizione è una piccola creatura dal pelo grigio, a metà tra un gatto ed una scimmietta, con in testa un berrettino rosso dai magici poteri.


Si dice che Mazapegul sia una creatura di antiche origini, risalenti ai tempi dei Longobardi che quando arrivarono in Romagna, portarono con loro la loro cultura, le loro tradizioni e anche Mazapegul, che diventò il loro folletto protettore.

Care donne trattate bene questo folletto, sapete perchè? 🙂

Il folletto fa visita nelle vostre case di notte passando di stanza in stanza, fermandosi nella stanza dove trova una bella ragazza per la quale prova intensa passione e pronuncerebbe le parole: ad bëll òcc! ad bëll cavéll! (che occhi belli! che capelli belli!).

Proprio così, questi folletti romagnoli hanno un’autentica passione per le belle fanciulle!

Se la ragazza in questione è gentile, il folletto le procurerà buona fortuna; in caso contrario, le farà ogni sorta di dispetto.

E’ facile scoprire se è passato anche nelle vostre case: oltre alla farina davanti alla porta una delle sue caratteristiche è lasciare il berretto rosso sul pozzo e se riuscirete a rubarglielo sarete salvi dai dispetti notturni ma potreste sentirlo lamentarsi per lunghe notte chiedendo: dam indrì e’ mi britin! dam indrì e’ mi britìn! (dammi indietro il mio berettino)

Davvero un curioso folletto! Fate attenzione durante i vostri soggiorni in Romagna 🙂

Il dolce delle festa, il Pandoro

Siamo già arrivati a Dicembre, le feste ormai sono alle porte e noi oggi vogliamo parlarvi proprio di un dolce tipico natalizio :il Pandoro!


Il pandoro è un dolce da forno in pasta morbida, di colore dorato per la presenza delle uova e dal profumo di vaniglia.La sua forma è a tronco, con i rilievi a forma di stella,a otto punte.


Generalmente questo dolce lo si acquista a causa dei lunghi tempi di preparazione, ma noi oggi vogliamo suggerirvi una ricetta per poterlo realizzare comodamente a casa.

GLI INGREDIENTI :
1 Impasto

  • 10 gr. lievito di birra
  • 16 gr. tuorlo ( 1 tuorlo medio a temperatura ambiente)
  • 40 gr. di acqua tiepida
  • 35 gr. di farina Manitoba (forza W 320)
  • 20 gr. di zucchero

2 Impasto

  • 140 gr. di farina Manitoba (utilizzare sempre la stessa)
  • 32 gr. di zucchero
  • 2 gr. di lievito di birra
  • 20 gr. di burro ( morbido a pomata)
  • 15 gr. di acqua tiepida
  • 1 uovo intero

3 Impasto

  • 140 gr. di farina Manitoba
  • 85 gr. di zucchero
  • 1 uovo intero ( a temperatura ambiente)
  • 16 gr. di tuorlo
  • 8 gr. di sale
  • 1 bacca di vaniglia ( o aroma naturale di vaniglia)
  • 1 aroma al limone (naturale)
  • 1 aroma all’arancia (naturale)

Sfogliatura
● 110 gr. di burro

STRUMENTI:


● Stampo
● Frusta a mano
● Ciotola
● Ciotola grande
● Pennello
● Canovaccio
● Carta forno
● Alluminio

● Spatola

Per prima cosa iniziare con il primo impasto, inserendo nella coppa la farina, il lievito disciolto nell’acqua tiepida e amalgamare bene tutti gli ingredienti con una frusta. Unire poi il tuorlo a temperatura ambiente e lo zucchero.
Coprire l’impasto con una pellicola e lasciarlo riposare in forno con la luce accesa per un’ora. Passato il tempo troveremo l’impasto raddoppiato.

Successivamente procedere con il secondo impasto aggiungendo l’uovo intero, lo zucchero, il lievito disciolto in acqua tiepida e la farina poco per volta. Unire il burro morbido, coprire e far riposare l’impasto per un’ora e mezza fino a che non raddoppia di volume.

In seguito procedere con il terzo impasto inserendo gli aromi naturali alla vaniglia, arancia e limone. Unire il tuorlo e lavorare poi l’uovo intero, lo zucchero e la farina poco per volta. Lavorare fino ad amalgamare bene il tutto.

Coprire l’impasto ottenuto per un’ora e mezza.


A seguire passando alla sfogliatura, spennellare il piano di lavoro con il burro.
Versare l’impasto e stenderlo delicatamente mettendo sopra il burro morbido e procedere con la prima piega e far riposare per trenta minuti. Fare la seconda piega e far riposare altri trenta minuti.


Procedere con la terza piega e far riposare nuovamente altri trenta minuti e con la quarta piega pirlare leggermente l’impasto.
Versare il lavoro ottenuto nello stampo imburrato e infarinato, coprirlo con una pellicola e canovaccio e farlo riposare a forno spento con luce accesa per otto ore fino a che l’impasto non arriverà in superficie.
Infine cuocere il nostro pandoro in forno statico a 165° per 15 minuti e coperto con un foglio di stagnola a 155° per 20 minuti, far raffreddare e spolverare con zucchero a velo.

Buon appetito!!

La piadina dei morti, tra ricetta e tradizione

Ci siamo novembre è arrivato e con l’avvicinarsi della festa di tutti i santi, i bar, i forni ma anche le tavole qui in Romagna si riempiono della buonissima piada dei morti romagnola.


La “Piadina dei Morti” o “Pida di Murt” è un tipico dolce della tradizione culinaria romagnola, si presenta come una specie di focaccia leggermente dolce ricca di frutta secca, come pinoli, uvetta, mandorle e noci.

Il giusto mix tra morbidezza e dolcezza ha fatto in modo che la piadina dei morti sia il dolce tipico della stagione autunnale da gustare in qualsiasi momento della giornata.

RICETTA DELLA PIADA DEI MORTI ROMAGNOLA

GLI INGREDIENTI:

Per l’impasto

  • 70 gr. di uvetta
  • 30 gr. di pinoli
  • 20 gr. di lievito di birra ( va sciolto in mezzo bicchiere di acqua calda con 1 cucchiaino di zucchero e mescolare bene)
  • 250 gr. di farina 00
  • 250 gr. di farina di grano duro
  • 50 gr. di vino
  • 2 uova
  • 100 gr. di olio evo
  • 100 gr. di zucchero
  • 150 gr. di latte

Per la farcitura

  • 70 gr. di gherigli di noci
  • 80 gr. di mandorle
  • 30 gr. di pinoli

Per la glassatura

  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiai di latte

In una ciotola con largo anticipo mettere in ammollo l’uvetta con un cucchiaio di acqua calda.


Prendere un’altra ciotola e versare le farine setacciate e unire il vino, lo zucchero, il latte, le uova, l’uvetta, i pinoli, l’olio e per ultimo il lievito.

Lavorare tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto appiccicoso e umido.

Ottenuto l’impasto desiderato va coperto con una pellicola e lasciarlo lievitare per 4 ore circa in un posto fresco e asciutto.


Passate le 4 ore stendere con un mattarello l’impasto tra due fogli di carta da forno e lasciare ancora per un’ora l’impasto a lievitare.


Ricoprire poi successivamente l’impasto steso con le noci, le mandorle, i pinoli e spennellare poi il tutto con un tuorlo sbattuto con due cucchiai di latte.
Infine, cuocere in forno a 180°/190° per circa 15 minuti.

Non ci resta che augurarvi buon appetito!!

Lezioni di dialetto romagnolo

La nostra Romagna è da sempre conosciuta come meta turistica estiva per eccellenza. I turisti ogni anno ne rimangono affascinati oltre che per la sua straordinaria bellezza, anche per l’accoglienza e il modo molto particolare e colorito di parlare che ha la gente romagnola.
Ebbene si, chi viene in vacanza qua in Romagna viene colpito dall’ospitalità ma soprattutto dal famosissimo dialetto romagnolo.

Oggi insieme vogliamo farvi conoscere più nel dettaglio le caratteristiche tipiche di questo idioma.
Il dialetto romagnolo è una lingua romanza appartenente al gruppo gallo-italico che si parla in Romagna e anche a San Marino. Caratterizzato da una notevole moltiplicazione dei fonemi vocalici e da un forte rilievo delle consonanti, che caratterizzano il fraseggio, specie nelle frasi interrogative e negative.

Per farvelo apprezzare meglio, abbiamo selezionato 9 parole in romagnolo che tutto il mondo ci invidia:

  • Ignurantaz: termine che si usa per una persona che riteniamo moto ignorante
  • Svarnaza: il significato attribuito a questa parola è di sfaticato,scansafatiche
  • Burdèl si utilizza per riferirsi a un ragazzo
  • Inciciuì o inzurlì: il termine si usa per riferirsi a una persona sorpresa, sbalordita per qualcosa
  • Cutvegna: da tradurre letteralmente come “che ti venisse un colpo”, tipica parola di augurio non benevolo dei romagnoli
  • Patàca: parola più popolare in romagna che significa sciocco e ingenuo
  • Valà: unione delle parole va e là, il termine viene utilizzato come risposta a qualunque forma di offesa o ragionamento
  • Pìda: termine che significa letteralmente piada, classico prodotto alimentare romagnolo più conosciuto
  • Sburòn o Sborone: termine che significa sbruffone e esibizionista

Queste sono le parole più conosciute però ce ne sono anche tante altre che è meglio non pronunciare, ma che fanno parte del nostro dialetto romagnolo, un qualcosa di colorito, simpatico e irriverente così come siamo noi qua in Romagna!


Per oggi la nostra lezione di dialetto è finita ma noi vi lasciamo con alcuni modi di dire più conosciuti e utilizzati dai romagnoli.

I 6 MODI DI DIRE PIÙ UTILIZZATI IN ROMAGNA

1) La pida sé parsot la pis un Po m’ a tot, a me l’ha ma fat mel, l’ha ma mand in tl’uspidel, la mand in punta ad morta….ma a magn la pida un’enta volta = La piadina col prosciutto piace un pò a tutti, ma a me mi ha fatto male e mi ha mandato all’ospedale, in punta di morte, ma ho mangiato la piadina un’altra volta


2) Te te propri voia ad zuca zala! = Si usa quando una persona cerca cose improbabili, o quando ha voglia di discutere per poco


3) L’è sempri insim…cul e camisa = Sono sempre insieme sedere e camicia. Detto di due persone che sono molto amiche e
stanno sempre insieme


4) T’fe’ vni e lat mal znoci = Mi hai fatto venire il latte alle ginocchia

5) A penza pina u’s rasounna mey = A pancia piena si ragiona meglio

6) Tci sgudible=Sei noioso

Il Latteruolo: il dolce tipico della Romagna


Tra le prelibatezze che la cucina tradizionale romagnola offre c’è il celebre Latteruolo. Di origine antica, questo dolce a base di latte e farina, non può mancare
sulle tavole di tutti i romagnoli.

Conosciuto anche come Casadello, il Latteruolo, nel corso della storia ha visto il variare della ricetta originale e anche del periodo in cui tradizionalmente veniva
preparato e servito.

Scopriamo insieme la storia e la ricetta di uno dei dolci più noti della tradizione romagnola: il Latteruolo.

Storia e tradizione del Latteruolo

Il Latteruolo ha una lunga storia, che colloca la sua nascita nel Medioevo. A quel tempo era usanza da parte dei contadini regalare questo dolce al padrone, in
occasione della festa del Corpus Domini.


Con lo scemare di questa tradizione, dovuta sia alla fine della mezzadria che allo scemare della ricorrenza del Corpus Domini, è cambiata anche la ricetta e il periodo
di produzione del Latteruolo.

Proprio in occasione Corpus Domini, il Latteruolo veniva preparato e regalato ma, essendo questa una festa “mobile”, nel 1977 si decise di toglierle valore civile e, di
conseguenza, si perse anche l’abitudine di celebrare questa ricorrenza con regolarità.

Celebrata ogni giovedì successivo alla solennità della Santissima Trinità, il Corpus Domini viene, però, ancora celebrato in alcune località italiane e, anche se non è
tradizionalmente preparato in questa occasione, il Latteruolo è rimasto un dolce importantissimo della tradizione romagnola grazie anche all’intervento di Pellegrino
Artusi.

L’antica ricetta di Pellegrino Artusi

Il celebre gastronomo e autore de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Pellegrino Artusi, ha inserito proprio nel noto scritto, la ricetta del Latteruolo
(Latarol), collocandola al numero 649.

Qui l’Artusi spiega che tradizionalmente il Latteruolo veniva preparato con: un litro di latte, 100 grammi di zucchero, 8 tuorli d’uovo, 2 albumi, aromi di vaniglia o
coriandoli.

Dopo aver fatto cuocere per almeno un’ora il latte con lo zucchero, si aggiungevano gli aromi (coriandoli o vaniglia) assicurandosi poi di rompere la “tela del latte” di tanto in tanto. Mescolando poi il latte cotto con le uova frullate, il composto veniva versato sulla pasta matta precedentemente sistemata su una teglia. Ricoprendo poi la teglia con della carta unta di burro, si sarebbe evitato di bruciare la parte superiore del dolce, che doveva essere cotta a fuoco lento sopra e sotto.

Una volta sfornato il dolce e aspettato il giusto tempo affinché questo si fosse raffreddato, si sarebbe proceduto al taglio e al servizio che, si ricorda, tradizione volesse fosse un regalo da parte dei contadini al padrone.

La ricetta del Latteruolo

Al giorno d’oggi il Latteruolo, o Casadello, può essere descritto come una sorta di latte alla portoghese contenuto in uno scrigno di pasta matta.

Cominciando proprio dalla pasta matta, gli ingredienti utilizzati, considerati per una Latteruolo di medie dimensioni, sono:


 Farina debole – 250 gr
 Latte – 4 o 5 cucchiai
 Burro – 60 gr
 Zucchero – 2 cucchiai
 Sale – un pizzico
 Scorza di limone – a piacere


Un aspetto interessante della pasta matta è che viene considerata la prima “teglia usa e getta” della storia, perché il suo diventare particolarmente rigida dopo il raffreddamento del dolce, permetteva di tirarla fuori dalla teglia utilizzata ed essere trasportata direttamente senza il sostegno di nessun piatto da portata.

Per la farcia del Latteruolo, vengono invece utilizzati:

 Latte intero – 750 ml
 Burro – 90 gr
 Tuorli d’uovo – 3
 Uova – 2
 Bacca di vaniglia


La pasta matta va preparata sciogliendo il burro e unendolo a tutti gli altri ingredienti. Dopo aver impastato, aggiungendo gradualmente il latte affinchè la pasta diventi abbastanza soda, formare un composto omogeneo a forma sferica, coprirlo con pellicola, da tenere a temperatura ambiente. La pasta matta verrà poi stesa al mattarello e sistemata sulla teglia scelta, adeguatamente foderata.

Per la crema, invece, si impiegherà più tempo.

Il procedimento è il seguente:


 Cuocere per almeno un’ora il latte con la vaniglia a fuoco lento, togliendo
sporadicamente il velo che si crea sopra il liquido;
 Aggiungere lo zucchero e, dopo circa 10 minuti, spegnere il fuoco;
 Mescolare con la frusta i tuorli con le uova intere e unire il latte, filtrandolo
adeguatamente;
 Mescolare il tutto insieme ed infine riporlo sulla pasta matta;
 Cuocere in forno statico preriscaldato a 180°C per 10 minuti, e continuare poi
a temperatura 160-170°C per 75 minuti;
 Una volta sfornato il Latteruolo, si dovrà lasciar riposare e raffreddare per
poi conservarlo in frigo per almeno 4 o 5 ore.


La ricetta, soprattutto l’uso delle uova, può variare in base alla zona presa in considerazione e anche a come la ricetta originale sia stata o meno tramandata.
Il Latteruolo, Latarol, o Casadello, è uno dei dolci che più rispecchia la tradizione culinaria romagnola. Se stai pensando di visitare o trascorrere le tue vacanze in Romagna, il Latteruolo è una di quelle prelibatezze della cucina tradizionale che non potrai non provare e amare.