Un’escursione a San Mauro Pascoli immersi nella bella della poesia 

Da Bellaria a San Mauro Pascoli ci sono 10 minuti di auto, ma è un viaggio che merita e che vi lascerà senza dubbio senza parole.

San Mauro Pascoli è una città immersa nel verde e nel rumore dei pioppi che si muovono ai margini del Rio Salto, un paese consacrato al ricordo di uno dei massimi esponenti del decadentismo italiano: Giovanni Pascoli.

Qui troviamo due musei dedicati al poeta che rappresentano uno spaccato di vita e di storia del 1900.

Il Museo Casa Pascoli è il luogo del ricordo, dell’infanzia felice del poeta, un posto carico di suggestioni che un tempo è stato anche una scuola elementare.

La poesia di Giovanni Pascoli nasce proprio qui, nel ricordo di un periodo felice che ritorna continuamente nella sua opera, di quell’infanzia spensierata e improvvisamente infranta da una fucilata che colpisce il padre Ruggero il 10 agosto 1867. 

Pascoli vivrà in questa casa fino all’età di 7 anni per poi trasferirsi coi fratelli maggiori al collegio di Urbino, trascorrendo a San Mauro l’estate. 

Prima di essere venduta a privati, nel 1880, il poeta, durante gli anni universitari di Bologna, farà spesso ritorno in questa casa, e sarà proprio in uno dei suoi  tanti rientri che Giovanni scriverà la prima stesura della celebre lirica Romagna, oggi conservata presso il Museo.

All’interno della casa troviamo la ricostruzione della stanza del poeta e una biblioteca dove ancora oggi sono conservate le primissime copie de “Il Fanciullino” autografate dal poeta.

A completare la storia e la poesia di questo luogo c’è il Parco Poesia Pascoli, conosciuto anche come Villa Torlonia, dove il padre del poeta, Ruggero Pascoli era amministratore dei possedimenti del Principe Alessandro Torlonia dal 1855 al 1867, anno in cui fu ucciso. 

Il nuovo museo multimediale immergerà i visitatori nella poesia pascoliana, in un percorso carico di suggestioni: le cantine della Torre si trasformano in ambientazioni multisensoriali in cui suoni, parole e immagini avvolgono il visitatore.

La prima parte del percorso è dedicata all’alternarsi delle stagioni, con i suoi suoni, con le sue presenze floreali, con il suo mondo solare e notturno.

In questo primo gruppo di liriche evocate dalla voce di Luca Ward si avverte come l’uomo, di fronte all’infinità dell’universo, senta lo smarrimento e la vertigine.

Nella seconda sezione, anche questa di forte impatto emozionale, sarà quindi dedicata a poesie come La vertigine, Il bolide o X Agosto.

Al termine del percorso poetico, il visitatore percorrerà il corridoio all’interno delle cantine, per poi giungere al piano terra del palazzo: questo passaggio, dedicato al Il gelsomino notturno, una delle liriche più intense in cui la nascita di una nuova vita sconfigge la morte, intende rappresentare il passaggio simbolico dall’esperienza dolorosa che può trasformarsi in rinascita, grazie alla forza creativa dell’arte e della vita.

La visita a San Mauro è un viaggio nella poesia dunque, ma anche nelle emozioni e nella bellezza dei ricordi di un passato non poi così tanto lontano da noi.

Il folletto tipico di Romagna, il Mazapégul

Ogni regione ha le proprie tradizioni e questa che vi stiamo per raccontare è davvero curiosa.

Il Mazapegul è una leggenda che vive nella cultura popolare romagnola e che è stata tramandata di generazione in generazione.

Secondo la tradizione è una piccola creatura dal pelo grigio, a metà tra un gatto ed una scimmietta, con in testa un berrettino rosso dai magici poteri.


Si dice che Mazapegul sia una creatura di antiche origini, risalenti ai tempi dei Longobardi che quando arrivarono in Romagna, portarono con loro la loro cultura, le loro tradizioni e anche Mazapegul, che diventò il loro folletto protettore.

Care donne trattate bene questo folletto, sapete perchè? 🙂

Il folletto fa visita nelle vostre case di notte passando di stanza in stanza, fermandosi nella stanza dove trova una bella ragazza per la quale prova intensa passione e pronuncerebbe le parole: ad bëll òcc! ad bëll cavéll! (che occhi belli! che capelli belli!).

Proprio così, questi folletti romagnoli hanno un’autentica passione per le belle fanciulle!

Se la ragazza in questione è gentile, il folletto le procurerà buona fortuna; in caso contrario, le farà ogni sorta di dispetto.

E’ facile scoprire se è passato anche nelle vostre case: oltre alla farina davanti alla porta una delle sue caratteristiche è lasciare il berretto rosso sul pozzo e se riuscirete a rubarglielo sarete salvi dai dispetti notturni ma potreste sentirlo lamentarsi per lunghe notte chiedendo: dam indrì e’ mi britin! dam indrì e’ mi britìn! (dammi indietro il mio berettino)

Davvero un curioso folletto! Fate attenzione durante i vostri soggiorni in Romagna 🙂

Un’escursione a Petrella Guidi, il borgo del silenzio

Petrella Guidi è un bellissimo borgo situato nella Valmarecchia, ed è un anche occasione di un viaggio nel silenzio e nella meditazione. 

Da Bellaria al Borgo di Petrella Guidi c’è un’ora di macchina, ma è un viaggio che merita, soprattutto per chi cerca natura, storia, arte e bellezza.

Petrella Guidi è un piccolo gioiello incastonato nella Valmarecchia, in una zona ricca di storia, paesaggi suggestivi e tradizioni antiche. 

La particolarità di questo borgo è che conserva intatto il suo aspetto originale, con le sue caratteristiche case in pietra, i vicoli stretti e le antiche chiese.

Un luogo intimo che invita alla riflessione, nella cornice di un paesaggio che pulsa, e che parla a chi lo sa ascoltare.

L’arte antica si fonde con quella contemporanea, e non a caso, ai piedi della torre, troviamo il Campo dei Nomi, un ricordo voluto da Tonino Guerra a due grandi personaggi del territorio e della cultura internazionale: Federico Fellini e Giulietta Masina.

Qui, su una grande pietra, sono incisi i nomi di questi grandi artisti, con una dedica che invita a sedersi su una panchina adiacente e a chiacchierare con loro.

Dal borgo di Petrella Guidi si può ammirare anche il Montefeltro, con le sue cime innevate in inverno e verdi in estate. Un panorama mozzafiato che è diventato un vero e proprio paradiso anche per gli amanti del trekking e delle escursioni.

Qui si possono fare escursioni a piedi o in bicicletta, percorrendo i sentieri che attraversano la campagna e i boschi che circondano il borgo.

Alla fine della giornata trascorsa a Petrella Guidi porterete a casa la bellezza dell’arte antica, il contatto con una natura incontaminata e selvaggia, il suono armonico e gratificante del silenzio.

Il dolce delle festa, il Pandoro

Siamo già arrivati a Dicembre, le feste ormai sono alle porte e noi oggi vogliamo parlarvi proprio di un dolce tipico natalizio :il Pandoro!


Il pandoro è un dolce da forno in pasta morbida, di colore dorato per la presenza delle uova e dal profumo di vaniglia.La sua forma è a tronco, con i rilievi a forma di stella,a otto punte.


Generalmente questo dolce lo si acquista a causa dei lunghi tempi di preparazione, ma noi oggi vogliamo suggerirvi una ricetta per poterlo realizzare comodamente a casa.

GLI INGREDIENTI :
1 Impasto

  • 10 gr. lievito di birra
  • 16 gr. tuorlo ( 1 tuorlo medio a temperatura ambiente)
  • 40 gr. di acqua tiepida
  • 35 gr. di farina Manitoba (forza W 320)
  • 20 gr. di zucchero

2 Impasto

  • 140 gr. di farina Manitoba (utilizzare sempre la stessa)
  • 32 gr. di zucchero
  • 2 gr. di lievito di birra
  • 20 gr. di burro ( morbido a pomata)
  • 15 gr. di acqua tiepida
  • 1 uovo intero

3 Impasto

  • 140 gr. di farina Manitoba
  • 85 gr. di zucchero
  • 1 uovo intero ( a temperatura ambiente)
  • 16 gr. di tuorlo
  • 8 gr. di sale
  • 1 bacca di vaniglia ( o aroma naturale di vaniglia)
  • 1 aroma al limone (naturale)
  • 1 aroma all’arancia (naturale)

Sfogliatura
● 110 gr. di burro

STRUMENTI:


● Stampo
● Frusta a mano
● Ciotola
● Ciotola grande
● Pennello
● Canovaccio
● Carta forno
● Alluminio

● Spatola

Per prima cosa iniziare con il primo impasto, inserendo nella coppa la farina, il lievito disciolto nell’acqua tiepida e amalgamare bene tutti gli ingredienti con una frusta. Unire poi il tuorlo a temperatura ambiente e lo zucchero.
Coprire l’impasto con una pellicola e lasciarlo riposare in forno con la luce accesa per un’ora. Passato il tempo troveremo l’impasto raddoppiato.

Successivamente procedere con il secondo impasto aggiungendo l’uovo intero, lo zucchero, il lievito disciolto in acqua tiepida e la farina poco per volta. Unire il burro morbido, coprire e far riposare l’impasto per un’ora e mezza fino a che non raddoppia di volume.

In seguito procedere con il terzo impasto inserendo gli aromi naturali alla vaniglia, arancia e limone. Unire il tuorlo e lavorare poi l’uovo intero, lo zucchero e la farina poco per volta. Lavorare fino ad amalgamare bene il tutto.

Coprire l’impasto ottenuto per un’ora e mezza.


A seguire passando alla sfogliatura, spennellare il piano di lavoro con il burro.
Versare l’impasto e stenderlo delicatamente mettendo sopra il burro morbido e procedere con la prima piega e far riposare per trenta minuti. Fare la seconda piega e far riposare altri trenta minuti.


Procedere con la terza piega e far riposare nuovamente altri trenta minuti e con la quarta piega pirlare leggermente l’impasto.
Versare il lavoro ottenuto nello stampo imburrato e infarinato, coprirlo con una pellicola e canovaccio e farlo riposare a forno spento con luce accesa per otto ore fino a che l’impasto non arriverà in superficie.
Infine cuocere il nostro pandoro in forno statico a 165° per 15 minuti e coperto con un foglio di stagnola a 155° per 20 minuti, far raffreddare e spolverare con zucchero a velo.

Buon appetito!!

La piadina dei morti, tra ricetta e tradizione

Ci siamo novembre è arrivato e con l’avvicinarsi della festa di tutti i santi, i bar, i forni ma anche le tavole qui in Romagna si riempiono della buonissima piada dei morti romagnola.


La “Piadina dei Morti” o “Pida di Murt” è un tipico dolce della tradizione culinaria romagnola, si presenta come una specie di focaccia leggermente dolce ricca di frutta secca, come pinoli, uvetta, mandorle e noci.

Il giusto mix tra morbidezza e dolcezza ha fatto in modo che la piadina dei morti sia il dolce tipico della stagione autunnale da gustare in qualsiasi momento della giornata.

RICETTA DELLA PIADA DEI MORTI ROMAGNOLA

GLI INGREDIENTI:

Per l’impasto

  • 70 gr. di uvetta
  • 30 gr. di pinoli
  • 20 gr. di lievito di birra ( va sciolto in mezzo bicchiere di acqua calda con 1 cucchiaino di zucchero e mescolare bene)
  • 250 gr. di farina 00
  • 250 gr. di farina di grano duro
  • 50 gr. di vino
  • 2 uova
  • 100 gr. di olio evo
  • 100 gr. di zucchero
  • 150 gr. di latte

Per la farcitura

  • 70 gr. di gherigli di noci
  • 80 gr. di mandorle
  • 30 gr. di pinoli

Per la glassatura

  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiai di latte

In una ciotola con largo anticipo mettere in ammollo l’uvetta con un cucchiaio di acqua calda.


Prendere un’altra ciotola e versare le farine setacciate e unire il vino, lo zucchero, il latte, le uova, l’uvetta, i pinoli, l’olio e per ultimo il lievito.

Lavorare tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto appiccicoso e umido.

Ottenuto l’impasto desiderato va coperto con una pellicola e lasciarlo lievitare per 4 ore circa in un posto fresco e asciutto.


Passate le 4 ore stendere con un mattarello l’impasto tra due fogli di carta da forno e lasciare ancora per un’ora l’impasto a lievitare.


Ricoprire poi successivamente l’impasto steso con le noci, le mandorle, i pinoli e spennellare poi il tutto con un tuorlo sbattuto con due cucchiai di latte.
Infine, cuocere in forno a 180°/190° per circa 15 minuti.

Non ci resta che augurarvi buon appetito!!

Lezioni di dialetto romagnolo

La nostra Romagna è da sempre conosciuta come meta turistica estiva per eccellenza. I turisti ogni anno ne rimangono affascinati oltre che per la sua straordinaria bellezza, anche per l’accoglienza e il modo molto particolare e colorito di parlare che ha la gente romagnola.
Ebbene si, chi viene in vacanza qua in Romagna viene colpito dall’ospitalità ma soprattutto dal famosissimo dialetto romagnolo.

Oggi insieme vogliamo farvi conoscere più nel dettaglio le caratteristiche tipiche di questo idioma.
Il dialetto romagnolo è una lingua romanza appartenente al gruppo gallo-italico che si parla in Romagna e anche a San Marino. Caratterizzato da una notevole moltiplicazione dei fonemi vocalici e da un forte rilievo delle consonanti, che caratterizzano il fraseggio, specie nelle frasi interrogative e negative.

Per farvelo apprezzare meglio, abbiamo selezionato 9 parole in romagnolo che tutto il mondo ci invidia:

  • Ignurantaz: termine che si usa per una persona che riteniamo moto ignorante
  • Svarnaza: il significato attribuito a questa parola è di sfaticato,scansafatiche
  • Burdèl si utilizza per riferirsi a un ragazzo
  • Inciciuì o inzurlì: il termine si usa per riferirsi a una persona sorpresa, sbalordita per qualcosa
  • Cutvegna: da tradurre letteralmente come “che ti venisse un colpo”, tipica parola di augurio non benevolo dei romagnoli
  • Patàca: parola più popolare in romagna che significa sciocco e ingenuo
  • Valà: unione delle parole va e là, il termine viene utilizzato come risposta a qualunque forma di offesa o ragionamento
  • Pìda: termine che significa letteralmente piada, classico prodotto alimentare romagnolo più conosciuto
  • Sburòn o Sborone: termine che significa sbruffone e esibizionista

Queste sono le parole più conosciute però ce ne sono anche tante altre che è meglio non pronunciare, ma che fanno parte del nostro dialetto romagnolo, un qualcosa di colorito, simpatico e irriverente così come siamo noi qua in Romagna!


Per oggi la nostra lezione di dialetto è finita ma noi vi lasciamo con alcuni modi di dire più conosciuti e utilizzati dai romagnoli.

I 6 MODI DI DIRE PIÙ UTILIZZATI IN ROMAGNA

1) La pida sé parsot la pis un Po m’ a tot, a me l’ha ma fat mel, l’ha ma mand in tl’uspidel, la mand in punta ad morta….ma a magn la pida un’enta volta = La piadina col prosciutto piace un pò a tutti, ma a me mi ha fatto male e mi ha mandato all’ospedale, in punta di morte, ma ho mangiato la piadina un’altra volta


2) Te te propri voia ad zuca zala! = Si usa quando una persona cerca cose improbabili, o quando ha voglia di discutere per poco


3) L’è sempri insim…cul e camisa = Sono sempre insieme sedere e camicia. Detto di due persone che sono molto amiche e
stanno sempre insieme


4) T’fe’ vni e lat mal znoci = Mi hai fatto venire il latte alle ginocchia

5) A penza pina u’s rasounna mey = A pancia piena si ragiona meglio

6) Tci sgudible=Sei noioso

Il primo sole in Romagna: i benefici del mare

L’estate è ormai iniziata e non sai ancora dove andare in vacanza? Cerchi un posto con delle spiagge fantastiche, facile da raggiungere e munito di tutti i comfort che desideri? Ebbene, la Riviera Romagnola soddisferà tutte le tue esigenze.

Celebre per la grande affluenza di turisti, soprattutto durante la stagione estiva, per le mete da sogno e per le innumerevoli attività che propone, la Romagna è il posto migliore in cui trascorrere le vacanze, da soli o in famiglia.

In questo post vedremo insieme quali sono i benefici del mare in Romagna, le sue attrattive e le strutture migliori a cui rivolgersi.

I benefici del mare in Romagna

Con l’arrivo dell’estate la maggior parte delle persone opta per le vacanze al mare. Semplice abitudine o c’è qualcosa di più?

I bagni al mare non solo sono motivo di svago e di relax, ma anche e soprattutto di benessere fisico. Dopo i primi bagni al mare ci sentiamo già meglio, più rilassati e liberi dallo
stress giornaliero. Tale senso di benessere non deriva solo dall’assenza della routine lavorativa giornaliera, ma rientra nella talassoterapia, una terapia che si basa sull’azione
benefica del clima marino.

Andare al mare in estate, quindi, non è solo rigenerante per la nostra psiche, ma anche per il nostro corpo. Tra i maggiori benefici del mare per il nostro corpo, è importante ricordare:

Riduzione della ritenzione idrica: la concentrazione dei sali minerali nell’acqua di
mare contribuisce ad eliminare, per osmosi, i liquidi in eccesso attraverso la pelle;


Pulizia, levigatura e cura dei disturbi della pelle: il sale marino funge da scrub per la
pelle ed elimina le impurità, riequilibrando i valori dello strato esterno
dell’epidermide e, la presenza dell’acido silicico nell’acqua marina, contribuisce ad
eliminare disagi quali eritemi, psoriasi ed eczemi;


Aiuto per i dolori articolari e muscolari: l’attività al mare concorre a rilassare i
muscoli e a migliorare la mobilità delle articolazioni;


Regolazione degli ormoni: soprattutto per la tiroide, lo iodio presente nell’acqua
marina è utile per assicurare il suo giusto funzionamento;


Aiuto contro le infiammazioni: l’acqua marina e i suoi minerali sono un toccasana
per reni, fegato e pelle, stimolate ad espellere più velocemente le tossine;

Aiuto per la circolazione: soprattutto la temperatura fredda dell’acqua, concorre a
riattivare la circolazione sanguigna, scongiurando il classico affaticamento delle
gambe.

Romagna: località perfetta per le vacanze

Visti, dunque, i benefici del mare sul nostro corpo, scopriamo perché la Romagna è la meta perfetta per le tue vacanze al mare.

Le spiagge della Riviera Romagnola vantano la classificazione di acque sicure grazie alle Bandiere Verdi e Blu, che assicurano la qualità delle acque di balneazione. Questo
elemento, già da solo, dovrebbe bastare come motivo valido per scegliere la Riviera come meta.

Ma ci sono altri fattori che rendono la Romagna la meta vacanziera ideale.

Le distanze e i trasporti, innanzitutto. Località note come Rimini, Riccione, Bellaria e Igea Marina, sono ben collegate sia con l’entroterra (nel caso in cui si fosse interessati a visitare luoghi di interesse storico-culturale) che tra di loro. Questo è un elemento importante che permette sia di progettare una vacanza che includa il mare e la collina, che di spostarsi comodamente da una località all’altra per il puro piacere della scoperta.

Pensando al puro divertimento e intrattenimento, la Riviera Romagnola offre ormai da anni, consolidate attività ed eventi di svago. Dalla presenza di parchi acquatici e a tema, all’animazione in spiaggia e in hotel, per non parlare poi dei famosissimi pub e locali frequentatissimi durante la stagione, non mancherà nulla alle tue vacanze se decidi di
trascorrerle in Riviera.

Ultimi, ma fondamentali, gli hotel e gli alberghi in Romagna. Non troverai strutture ricettive migliori di quelle che ormai da anni accolgono i vacanzieri in Riviera. Forniti di qualsiasi comfort e servizi richiesti, gli hotel della Riviera Romagnoli sono fra i migliori in Italia.


Piscine interne ed esterne, menù specializzati che includono i piatti tradizionali romagnoli, animazione per grandi e piccoli, stanze spaziose e ben curate e servizi aggiuntivi, sono solo alcuni dei comfort base che gli hotel in Riviera possano offrirti.

Le mete preferite in Romagna

Scendendo nello specifico, vediamo quali sono le mete migliori e preferite dai vacanzieri in Romagna.

Tolte le celebri Rimini, Riccione, Cesenatico e Milano Marittima, la Riviera Romagnola annovera fra le sue mete più belle e funzionali anche altri luoghi.

A pochi chilometri da queste famosissime località, infatti, sorgono altrettante mete bellissime e che rispondono a tutte le esigenze. Tra queste citiamo Bellaria Igea Marina.

Località situata tra Rimini e Cesenatico, Bellaria Igea Marina non solo assicura la sicurezza e qualità delle acque delle sue spiagge, grazie alla Bandiera Blu, ma annovera una schiera di bellezze da poter visitare in centro città.

Anche la posizione di Bellaria Igea Marina permette molteplici opportunità di divertimento e varietà di svago. La sua vicinanza a Cesenatico, Rimini, San Marino e ad altri centri di attrazione, quali parchi giochi e a tema, rendono questa località anche un ottimo snodo per
potersi spostare facilmente.

Inoltre, se scegli Bellaria Igea Marina come meta per le tue vacanze, dovrai sapere che gli hotel e alberghi della zona offrono servizi che comprendono anche l’intrattenimento per grandi e bambini, il servizio in spiaggia, la presenza delle piscine e molto altro ancora.

A Bellaria Igea Marina non solo troverai le spiagge più belle che tu possa immaginare, ma godrai anche dei servizi migliori offerti dalla Riviera Romagnola.

Il Latteruolo: il dolce tipico della Romagna


Tra le prelibatezze che la cucina tradizionale romagnola offre c’è il celebre Latteruolo. Di origine antica, questo dolce a base di latte e farina, non può mancare
sulle tavole di tutti i romagnoli.

Conosciuto anche come Casadello, il Latteruolo, nel corso della storia ha visto il variare della ricetta originale e anche del periodo in cui tradizionalmente veniva
preparato e servito.

Scopriamo insieme la storia e la ricetta di uno dei dolci più noti della tradizione romagnola: il Latteruolo.

Storia e tradizione del Latteruolo

Il Latteruolo ha una lunga storia, che colloca la sua nascita nel Medioevo. A quel tempo era usanza da parte dei contadini regalare questo dolce al padrone, in
occasione della festa del Corpus Domini.


Con lo scemare di questa tradizione, dovuta sia alla fine della mezzadria che allo scemare della ricorrenza del Corpus Domini, è cambiata anche la ricetta e il periodo
di produzione del Latteruolo.

Proprio in occasione Corpus Domini, il Latteruolo veniva preparato e regalato ma, essendo questa una festa “mobile”, nel 1977 si decise di toglierle valore civile e, di
conseguenza, si perse anche l’abitudine di celebrare questa ricorrenza con regolarità.

Celebrata ogni giovedì successivo alla solennità della Santissima Trinità, il Corpus Domini viene, però, ancora celebrato in alcune località italiane e, anche se non è
tradizionalmente preparato in questa occasione, il Latteruolo è rimasto un dolce importantissimo della tradizione romagnola grazie anche all’intervento di Pellegrino
Artusi.

L’antica ricetta di Pellegrino Artusi

Il celebre gastronomo e autore de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Pellegrino Artusi, ha inserito proprio nel noto scritto, la ricetta del Latteruolo
(Latarol), collocandola al numero 649.

Qui l’Artusi spiega che tradizionalmente il Latteruolo veniva preparato con: un litro di latte, 100 grammi di zucchero, 8 tuorli d’uovo, 2 albumi, aromi di vaniglia o
coriandoli.

Dopo aver fatto cuocere per almeno un’ora il latte con lo zucchero, si aggiungevano gli aromi (coriandoli o vaniglia) assicurandosi poi di rompere la “tela del latte” di tanto in tanto. Mescolando poi il latte cotto con le uova frullate, il composto veniva versato sulla pasta matta precedentemente sistemata su una teglia. Ricoprendo poi la teglia con della carta unta di burro, si sarebbe evitato di bruciare la parte superiore del dolce, che doveva essere cotta a fuoco lento sopra e sotto.

Una volta sfornato il dolce e aspettato il giusto tempo affinché questo si fosse raffreddato, si sarebbe proceduto al taglio e al servizio che, si ricorda, tradizione volesse fosse un regalo da parte dei contadini al padrone.

La ricetta del Latteruolo

Al giorno d’oggi il Latteruolo, o Casadello, può essere descritto come una sorta di latte alla portoghese contenuto in uno scrigno di pasta matta.

Cominciando proprio dalla pasta matta, gli ingredienti utilizzati, considerati per una Latteruolo di medie dimensioni, sono:


 Farina debole – 250 gr
 Latte – 4 o 5 cucchiai
 Burro – 60 gr
 Zucchero – 2 cucchiai
 Sale – un pizzico
 Scorza di limone – a piacere


Un aspetto interessante della pasta matta è che viene considerata la prima “teglia usa e getta” della storia, perché il suo diventare particolarmente rigida dopo il raffreddamento del dolce, permetteva di tirarla fuori dalla teglia utilizzata ed essere trasportata direttamente senza il sostegno di nessun piatto da portata.

Per la farcia del Latteruolo, vengono invece utilizzati:

 Latte intero – 750 ml
 Burro – 90 gr
 Tuorli d’uovo – 3
 Uova – 2
 Bacca di vaniglia


La pasta matta va preparata sciogliendo il burro e unendolo a tutti gli altri ingredienti. Dopo aver impastato, aggiungendo gradualmente il latte affinchè la pasta diventi abbastanza soda, formare un composto omogeneo a forma sferica, coprirlo con pellicola, da tenere a temperatura ambiente. La pasta matta verrà poi stesa al mattarello e sistemata sulla teglia scelta, adeguatamente foderata.

Per la crema, invece, si impiegherà più tempo.

Il procedimento è il seguente:


 Cuocere per almeno un’ora il latte con la vaniglia a fuoco lento, togliendo
sporadicamente il velo che si crea sopra il liquido;
 Aggiungere lo zucchero e, dopo circa 10 minuti, spegnere il fuoco;
 Mescolare con la frusta i tuorli con le uova intere e unire il latte, filtrandolo
adeguatamente;
 Mescolare il tutto insieme ed infine riporlo sulla pasta matta;
 Cuocere in forno statico preriscaldato a 180°C per 10 minuti, e continuare poi
a temperatura 160-170°C per 75 minuti;
 Una volta sfornato il Latteruolo, si dovrà lasciar riposare e raffreddare per
poi conservarlo in frigo per almeno 4 o 5 ore.


La ricetta, soprattutto l’uso delle uova, può variare in base alla zona presa in considerazione e anche a come la ricetta originale sia stata o meno tramandata.
Il Latteruolo, Latarol, o Casadello, è uno dei dolci che più rispecchia la tradizione culinaria romagnola. Se stai pensando di visitare o trascorrere le tue vacanze in Romagna, il Latteruolo è una di quelle prelibatezze della cucina tradizionale che non potrai non provare e amare.

L’olio della Romagna

La cucina tradizionale italiana, celebre in tutto il mondo, deve la sua fama non solo alla ricchezza e alla varietà delle sue ricette, ma soprattutto all’utilizzo delle materie prime.

Uno dei prodotti made in Italy per eccellenza è, senza dubbio, l’olio extravergine di oliva.
Prodotto dalla maggioranza delle regioni italiane, l’olio d’oliva ricopre un ruolo fondamentale nell’alimentazione italiana, grazie alle sue proprietà nutrizionali e ai suoi
svariati utilizzi.

Ogni regione, quindi, ha il suo olio d’oliva, e ogni olio ha le sue caratteristiche e proprietà.
Scopriamo insieme quelle che sono le qualità e i benefici di uno degli oli più buoni e pregiati di produzione italiana: l’olio extravergine di oliva della Romagna.

La produzione dell’olio della Romagna

L’Emilia Romagna vanta la produzione di almeno due oli di oliva di certificazione Dop: l’olio di Brisighella, certificato dal 1998 e l’olio delle Colline di Romagna, certificato da oltre 20 anni.

L’olio di Brisighella, caratterizzato dal sapore fruttato medio o intenso, è stato il primo olio extravergine di oliva ad essere commercializzato con l’etichetta Dop dell’Unione Europea e si ottiene dalle olive di varietà Nostrana di Brisighella.

L’olio Dop Colline di Romagna si ottiene, invece, da due diverse varietà di olive quali, il Correggiolo (al 60%) e il Leccino (al 40%). In scala minore, al massimo del 10%, si possono trovare altre varietà locali minori come il Moraiolo, il Pendolino e la Rossina.

La zona di raccolta e produzione del pregiato olio della Romagna si concentra in larga parte nella provincia di Rimini.

La raccolta delle olive, di consuetudine, viene effettuata manualmente o con la tecnica della battitura degli alberi nella stagione autunnale, compresa tra il 20 ottobre e il 15 dicembre di ogni anno. Le olive, dopo la raccolta, vengono immagazzinate in delle stanze ben ventilate e, successivamente, vengono lavate con cura per rimuovere le impurità naturali (foglie, rametti e terriccio). Solo dopo si può procedere con la spremitura nei frantoi attraverso un sistema meccanico di ruote o martelli rotanti. Tali operazioni, per ottenere un prodotto di qualità, devono essere svolte nell’arco di 48 ore massimo.

Dopo aver rimescolato la pasta ottenuta si procederà con la decantazione e la centrifugazione dell’olio ottenuto, per poi terminare con l’immagazzinamento, la filtrazione
e l’imbottigliamento.

Le proprietà e le caratteristiche


L’olio extravergine di oliva della Romagna viene apprezzato, ed è conosciuto, per la sua qualità, dovuta alle sue capacità organolettiche che lo rendono uno degli oli più pregiati
d’Italia.

Dal processo produttivo dell’olio della Romagna, che non sfrutta il calore né alcun tipo di solvente, viene ricavato un olio dal colore oro con riflessi di un verde intenso.

L’odore tipico di questo olio è di un fruttato tenue che può, dipende dai casi, risultare anche più intenso e ricordare anche l’odore di foglie ed erba. Il sapore è caratterizzato da una media dolcezza, acidità molto bassa e un leggerissimo sentore di amaro o piccante.

Tali caratteristiche, soprattutto il sapore delicato ma deciso, collocano il pregiato olio della Romagna tra quello ligure, molto delicato e adatto per i bolliti, e quello pugliese, dal sapore decisamente più deciso, ottimo per accompagnare pane e carni.

Proprio questo equilibrio di composizione e sapore, rende l’olio della Romagna ideale a prestarsi a molteplici utilizzi in cucina. Usato per condire ricche insalate e piatti di pesce, per stufare verdure e saltare carni bianche, per friggere dolci e frutta, la presenza di questo prodotto sulle tavole romagnole è imprescindibile quanto mai necessario.

La storia dell’olio della Romagna


Oltre ai molteplici impieghi e alle pregiate caratteristiche, l’olio della Romagna vanta anche una storia millenaria, tra le più antiche d’Italia.

Considerato quasi un bene di lusso nella Romagna di un tempo, all’olio venivano preferiti lo strutto e il lardo, decisamente più economici e dal maggior apporto calorico. Nonostante questa testimonianza storica, la raccolta delle olive e la produzione di olio nell’area compresa tra Rimini e Forlì, risale all’epoca preistorica.

Punto di incontro tra l’area mediterranea e quella padana, nella zona del riminese e del forlivese, la coltura dell’olivo è sopravvissuta addirittura alle numerose invasioni barbariche e alla caduta dell’Impero Romano.
Diverse fonti storiche testimoniano una massiccia presenza di coltivazione di olivo, già dal X secolo a.C., nella zona di Santarcangelo di Romagna, splendido borgo a pochi chilometri da Rimini. In generale, tutta l’area del riminese è sempre stata impegnata nella produzione di olio, soprattutto nelle aree collinari.

Da sempre, infatti, la produzione e la vendita dell’olio d’oliva della Romagna è stata un grande fonte di guadagno economico. Tale attività ha visto un decisivo e importante
incremento negli anni trenta del Novecento, consolidandosi ancora di più negli ultimi decenni grazie alla rinascita di numerosi oliveti e alle diverse iniziative del settore turistico
romagnolo, che punta anche su l’antica e rinomata tradizione culinaria della regione.

Dove trovare l’olio della Romagna?


Oltre al classico commercio dell’olio come prodotto da avere in dispensa, la Romagna, ormai da anni, lo sfrutta dal punto di vista enogastronomico, come incentivo per attirare i già numerosi turisti stagionali.

Immancabili le sagre dedicate all’olio della Romagna, come la rinomata Sagra dell’Ulivo e dell’Olio di Brisighella, che cade nel periodo autunnale, o la Fiera dell’oliva e dei prodotti autunnali a Coriano, sempre nei pressi di Rimini.

Oltre alle sagre e alle fiere dedicate, l’olio della Romagna, viene usato come prodotto distintivo e di valore aggiunto nei menù e nelle proposte culinarie offerte dalle strutture
ricettive romagnole.

Se si vogliono programmare le proprie vacanze nella riviera romagnola, ci si accorgerà che i migliori hotel e strutture della zona, inseriscono nel proprio menù l’olio extravergine di oliva della Romagna. Tutta la zona del riminese, infatti, è ampiamente provvista del prodotto locale e gli esercenti delle strutture ricettive puntano anche sulla tradizione gastronomica locale per offrire il miglior servizio possibile ai proprio clienti.

Fuochi di San Giuseppe

Tra le tradizioni folkloristiche più radicate in Romagna, troviamo senza dubbio i fuochi di San Giuseppe. L’usanza vuole che la notte tra il 18 e il 19 marzo si accendano dei falò che sanciscono la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, inoltre, in questa occasione il fuoco ha anche un significato propiziatorio come augurio di un raccolto abbondante.

Storia e origine della celebrazione


La festa di San Giuseppe ha origini cristiane ma viene festeggiata con rituali pagani, la sua nascita è molto antica, addirittura antecedente all’espansione di Roma, quando la Romagna era ancora territorio celtico.


Questo popolo di origini indoeuropee celebrava l’arrivo della bella stagione con dei riti per purificarsi e per augurare fertilità, questi riti propiziatori vennero trasformati nell’antica Roma in celebrazioni chiamate, Baccanali: festeggiamenti che in seguito furono ritenuti troppo lussuriosi e, per questo motivo, vennero banditi.


Fin da tempi antichi il fuoco assume in varie occasioni il significato di purificazione dal passato e allo stesso tempo rinascita e preparazione al futuro, il suo potere era quello di tenere lontane le maledizioni e le calamità naturali e attirare salute, prosperità e benessere.


Non a caso i falò di San Giuseppe vengono accesi il giorno prima dell’equinozio di primavera, infatti, attraverso la pulizia di rami e piante ormai secche che vengono gettate nel fuoco, ci si lascia alle spalle il freddo inverno. Allo stesso tempo il fuoco, col suo calore ardente, richiama il sole delle calde giornate primaverili, cosicché possa far crescere il nuovo raccolto.


La tradizione della “fugarèna” in Romagna


Come ogni tradizione che si rispetti, anche quella dei fuochi di San Giuseppe ha i suoi riti e le sue credenze.
In passato, nei giorni che precedono la focarina (come è chiamata nel ravennate) o fogheraccia (chiamata così nel riminese), i bambini andavano a raccogliere pezzetti di legna da ardere insieme a tutto ciò che è vecchio, rotto per alimentare il fuoco del falò.


Le bambine non erano escluse da questa raccolta, anzi, erano maggiormente “incentivate” a causa del detto “la fugarèna grosa la fa crèssar al tèti” ovvero che più il falò fosse stato grosso più avrebbe fatto crescere loro il seno. Sempre da questa leggenda è nato il modo di dire “San Giuseppe ti è passato sopra con la pialla” per indicare una ragazza con un seno scarso.


L’usanza della purificazione agraria è da sempre radicata nelle tradizioni contadine, l’accensione di falò per bruciare i resti del raccolto dell’anno passato, assieme a ramaglie e legna, era vista come un rituale benaugurale per la stagione che stava per arrivare. Parte del rituale era anche esplodere colpi di fucile in aria per scacciare demoni e malasorte.


Lòm a Mêrz, Segavècia, Madôna di garzòn

La focarina (o falò di San Giuseppe) in realtà è solo una delle varie feste in cui vengono accesi dei falò benaugurali:

Lòm a Mêrz

In Romagna, gli ultimi tre giorni di Febbraio e i primi tre di Marzo, troviamo anche i giorni dei Lumi di Marzo, durante i quali ci si radunava attorno a dei falò cantando e ballando, per festeggiare l’entrata nel primo mese primaverile. Queste giornate sono chiamate anche “i dè dla Canucèra” dall’antica credenza che in questi giorni ci fosse un’ora sventurata, nella quale nulla riusciva bene. Per questo motivo era meglio astenersi dal lavoro e intrattenersi attorno al fuoco.

Segavècia

La Segavecchia è un’altra occasione di ritrovo che si svolge ogni anno in Romagna, all’incirca verso metà Marzo. Anche questa festa trae ispirazione da un’antica leggenda. Si narra infatti che in periodo di Quaresima una giovane abbia violato il digiuno, venendo così condannata a morire tagliata in due. Per sfuggire a questo destino la ragazza si travestì da vecchia, ma a nulla servì
quest’astuzia.
La Segavecchia si festeggia intorno al giovedì di metà Quaresima, dove una fantoccio pieno di leccornie, con le sembianze di una vecchia, viene fatto sfilare per il paese per essere infine segato a metà (o bruciato in un falò a seconda della località) liberandone il contenuto per la gioia dei presenti.

Madôna di garzòn


La sera prima del 25 Marzo, in corrispondenza dell’Annunciazione di Maria, si festeggia la “Madonna dei garzoni” chiamata così perché in questo giorno scadevano i contratti dei garzoni e se ne firmavano dei nuovi per la stagione estiva. Anche in questo caso i falò segnavano la fine del lavoro invernale e l’augurio di rinnovare il contratto per la stagione successiva.